La penisola Salentina è una grande pianura adagiata sul mare. I suoi modesti rilievi, non lascerebbero nemmeno presumere che le sue coste siano così varie da costituire una continua sorpresa. Le rocce plioceniche e pleistoceniche (note anche per il fatto di fornire la splendida pietra leccese) ne costituiscono la piattaforma che, a volte degrada dolcemente sul mare, lasciando il posto a spiagge e dune sabbiose, a volte si frattura creando insenature tra la costa alta. Da Otranto sino a Castro, la varietà di situazioni diverse che si incontrano è eccezionale. Da Sant'Andrea, confine Nord di Otranto,Torre sant'andrea proseguendo verso Sud notiamo un lieve innalzamento della costa, questo crea un gioco di piccole insenature la più grande delle quali è proprio Sant'Andrea, anch'essa dominata dalla torre omonima e dal piccolo faro. Da qui notevoli sono i faraglioni e le calette come la Specchiulla che ci portano a Frassanito, con la costa che ritorna bassa e sabbiosa dove la pineta e la macchia mediterranea che si arrampicano fin sulle dune. Qui la navigazione è pericolosa a causa delle secche dette "missipezze" che obbligano a tenersi al largo. Torre Fiumicino, conosciuta come "la Turre", segna l'inizio della spiaggia di Alimini, una lunghissima distesa di sabbia dove si notano i "crigni" caratteristiche venature nere dovute alla carbonella residua, ed il relitto della Dimitrios "alla nave". Alle spalle luccica gli Alimini che sono due laghi (grande e piccolo) ed occupano la zona immediatamente a ridosso del mare. Un tempo acquitrini (Alimini deriverebbe dal Greco. Limne = stagno) erano utilizzati, pare, come riserva di caccia da Federico II ed in seguito dagli Aragonesi. La loro bellezza è notevole, costituiscono una zona umida, importante come luogo di sosta per gli uccelli migratori. Dopo le spiagge di Alimini troviamo le splendide calette sabbiose della "Baia dei Turchi" o "Porticeddri" che lasciano il posto ai faraglioni dell' Imperia e dalla baia del "Mulino d'Acqua" dove una grotta dalla volta crollata mostra stupendi giochi di luce. La Grotta Monaca è invece un'insenatura facilmente raggiungibile, il nome indica una grotticella che in passato presentava una stalagmite a forma di monaca (distrutta dai vandali) . Subito dopo San Pietro dei Canali, così chiamato per la grande quantità di sorgenti d'acqua dolce. Cattapìgnula nella cui piccola insenatura era tradizione otrantina prendere il sole indisturbati, il nome deriva da una grotta popolata da cattapìgnule (pipistrelli). Più avanti due grosse rocce chiamate "Lu Pisce" in ricordo di un enorme capodoglio (di oltre ventidue metri) che vi rimase incagliato, affianco è "La Staffa", piccola spiaggetta a forma di ferro di cavallo, subito dopo "La Castellana" o "Rocamatura" dove dice Maria Corti nel suo "L'ora di tutti "la cosa stravagante della Rocamatura erano le tonde colline di  sabbia da cui sortivano gigli bianchi con un lungo stelo grasso.  Sprofondavo fino al ginocchio nella sabbia... " Porto Crànio è una delle spiagge facilmente raggiungibili dal centro cittadino, servita da un attrezzato stabilimento balneare. Il "Faro Bianco" segna l'ingresso del porto. 
Visitare Otranto è d'obbligo , soprattutto perché il poderoso impianto difensivo e la Cattedrale del XII secolo continuano ad affascinare migliaio di turisti. L' inpresso della città è l'arco di Portatemi, fatto erigere nell'ottocento sotto il dominio di Giuseppe Fouchè. Entrando vediamo la torre Alfonsina, seguendo le stradine del centro storico si giunge nei pressi della Cattedrale. E posta sul punto più alto della città. La facciata principale presenta l'impianto tipico del romanicootico pugliese, soprattutto nel taglio sbavale della struttura, il rosone è rinascimentale , rifatto grazie all'intervento di Serafino da Squillacefaro palacia in stile romanico con influenze siciliane , probabilmente rispettando in parte l'originale dell'epoca. Il portale è appesantito dalle strutture barocche volute da Adorno de Santander, del quale vediamo lo stemma. Sul lato sinistro la porta mino- re , scolpita da Nicola Ferrando di Galatina, che mostra Serafino da Squillace ed i busti dei vescovi di Alessano, Castro, (Ugento, Gallipoli, Lecce e dell'abate di San Nicola di Casolo. Entrando, notiamo il soffitto a cassettoni commis-sionato dall'arcivescovo Francesco Maria de Aste ( 1674). Il tempio è lungo metri 54 e largo 25, a croce latina, a tré navate (di cui, quella centrale, presenta quattordici colonne di granito levigato). Sette bacheche di vetro, nella cappella dei Martiri custodiscono le ossa dei Beati trucidati dai Turchi nel 1480. Scendendo le scale si accede alla cripta, sulla sinistra si vedono i resti di un'antica chiesa rupestre. La vera sorpresa si ha non appena varcata la soglia d'ingresso: ci accoglie una selva di colonne in fuga verso tutte le direzioni, le volte a stella, strettissime, creano un gioco infinito di luci ed ombre, con archetti che si intrecciano. Le colonne variano continuamente per forma e materiali.

I capitelli sono anch'essi molto diversi tra di loro, alcuni sono di gusto bizantino ma molto naif, altri sono invece di eccezionale fattura (come quello con le quattro aquilette, o l'esotico capitello con i quattro leoni). Sulla destra dell'altare è visibile uno stupendo affresco, di stile grecoorientale, rappresentante la Madonna Odigitria. Il vero tesoro della Cattedrale di Otranto, tuttavia, è il pavimento musivo. Sulle maestranze che eseguirono questo capolavoro abbiamo la sola indicazione dell'iscrizione, datata 1165, che recita "PER DEXTE- RAM PANTALEONIS" (molti sostengono che si tratti di un monaco del vicino monastero di san Nicola de Casulis). Esso presenta raffigurato il Gigantesco Albero della vita, Alessandro Magno che sale al ciclo tendendo le esche ai grifoni e nume rose scene tratte dal "Roman d'Alexandre" come l'amazzone che scaglia una freccia al cervo. Temi biblici come l'Arca di Noè, la cacciata dal Paradiso e la tentazione di Adamo ed Èva, l'inferno ed i Beati. Bellissimi i tondi che raffigurano i mesi con i segni zodiacali e quelli con la Regina di Saba, Salomone e la Sirena.
Il Castello Aragonese dovrebbe, in realtà, chiamarsi Castello Vicereale in quanto una sola torre (la più alta) è Aragonese, il resto è opera del governo vicereale che resse a lungo Otranto.
Spiccano gli stemmi di Alfonso d'Aragona (al centro) e, sulla destra, quello di don Pedro Giron.
Più oltre, verso la Torrematta, si nota lo stemma di Don Pedro da Toledo. Fu ricostruito nel 1481 con interventi di Francesco di Giorgio Martini e Ciro Ciri. L'imponente apparato difensivo mostra numerose bocche da fuoco ed in alto, dalle batterie in barbetta. Sull'ingresso, una caditoia trasformata (presumibilmente nel settecento) in balcone. Entrando troviamo due piccole stanze, quella sulla destra ospita una piccola cappella dedicata a Sant'Antonio di cui Teresa de Azevedo, che qui è sepolta, era devota.

 Il cortile interno presenta numerose aggiunte, come la scala esterna che porta al piano superiore, sotto i nostri piedi vi sono ben tre piani di sotterranei, ottenuti grazie al fatto che siamo molto più in alto rispetto al piano dei fossati. La sala triangolare mostra una volta in cui i conci sono sagomati a spina di pesce (come nella chiglia di una nave). E un vero capolavoro, considerando anche la difficoltà di Torre del serpe (Otranto)lavorazione del carparo e la necessità di lasciare al centro l'apertura circolare del buco scacciafumo. Il piano superiore presenta un grande spazio, una vera e propria piazza d'ar- mi che era munita di numerose bombarde e colubrine mobili. Da qui si può vedere interamente il Porto, la Torre del Serpe e la Cattedrale. Una bertesca, sicuramente settecentesca, era l'unico riparo disponibile, questa parte fu ultimata nel 1572 salendo ancora ci troviamo in cima alla Torre Aragonese, qui due torrette gemelle ("i carabinieri" per gli Otrantini) permettevano le segnalazioni a lunga distanza. Nei pressi del Castello è facile raggiungere l'Edicola bizantina di San Pietro. Una tradizione lungamente consolidata lega la fondazione di questa Chiesa al passaggio di San Pietro stesso in Otranto in viaggio verso Roma. Questa meravigliosa opera d'arte è dovuta all'attività fervile e pregnante di un grande movimento religioso medioevale: quello dei monaci Basiliano Bizantini. La datazione di questa chiesa oscilla tra i secoli xn-xiv, il nucleo principale, comunque, risale alXlì secolo. Nell'abside media vi è un altare barocco fatto erigere nel 1841, mentre un altro, sulla parete Nord è dedicato a S. Pietro, anche questo presenta sovrastrutture barocche. Sulla volta a botte vi sono due affreschi certamente i più antichi raffiguranti da un lato l'Ultima Cena, con un iscrizione greca, e dall'altro la lavanda dei piedi anche qui vi è un'iscrizione greca con alcuni errori. Una serie di Santi racchiusi mi medaglioni completa il ciclo, tuttavia questi ultimi sembrano essere delle aggiunte di epoca barocca. La pianta di questa chiesa è una croce greca inscritta in un rettangolo con i lati pressoché uguali tra di loro. Le due braccia tra le pareti W.E.di m. 8,38; V altra è, da N. a S. di m. 7,98; la navata media è larga m. 3,10, le due laterali m. 1,34- Le basi delle quattro colonne libere formano un quadrato di m. 3,10 di lato nel quale è inscritta la base circolare della cupola. Nella sezione longitudinale (da E. aW.) la due colonne libere dista- no tra di loro m. 3,10 e con le altre due addossate al muro m. 1,55. Presso il porto, alle spalle della nuova stazione marittima che riprende la forma di una nave, oltre- passando la piazzetta Eroi del Mare, dalla nuova strada che immette sulla litoranea Otranto Porto Badisco, si può accedere alle "Cave" (cosi chiamate perche, nell'entroterra si lavorava la bauxite e si preparava la calce) oggi è possibile per i sub raccogliere i prelibati ricci "de pinnitu" (che vivono numerosi tra le colonie di poseidonia). Vi sono altre tré insenature, siamo nei pressi della Torre del Serpe, nella zona di Calamuri, famosa per il vino ad alta gradazione. Di fronte alla torre vi è la "Ora" una voragine in comunicazione con il mare, è un percorso da speleosub. La Palombaro è una delle zone più suggestive per gli appassionati dei fondali marini, da qui si raggiunge la Torre delle Orto, superata Punta Faci entriamo in una baia  tra le più belle d'Italia, vi si vede il Capo d'Otranto con il suo faro, numerosissime calette, grotte ed una spiaggia detta Porto Grande. E il luogo più riparato con la tramon- tana, con lo scirocco è molto difficile acceder vi. I "Canali della marina dei Monaci" è un percorso adatto agli appassionati di trekking, il più bello di tutti è "Canale Oscuro". Attraversiamo Capo Palàscia per giunge re a Sant'Emiliano, inse natura dalle acque limpidissime, con al centro il piccolo isolotto. Nell'immediato entro terra vi è la masseria fortificata di Ceppano. Da qui arri viamo a Porto Badisco, il luogo in cui Virgilio immaginò l'approdo di Enea dove vi sono le grotte dei Cervi, uno dei più importanti siti preistorici d'Europa chePorto Badisco presentano una miriade di misteriosi affreschi. La piccola insenatura ai Porto Badisco offre riparo dai venti del I e II quadrante, ma è impraticabile con lo Scirocco. E tuttavia uno storico approdo, tant'è vero che il suo nome deriva dal Greco batus (= profondo) in riferimento alla profondità dei fondali al termine dell'insenatura. Verso Sud si arriva alle "tagliate" antiche cave ora dimesse, comodo giaciglio per bagnanti. Al di sopra di esse, durante i recenti lavori di arredo urbano, sono state rinvenute alcune sepolture di epoca federiciana ed i resti dell'antica e scomparsa chiesetta di Badisco (citata da Mons. Morrà nella sua visita pastorale). La piccola spiaggia di Porto Badisco, approdo di Enea, che Virgilio descrive con grande suggestione, è il cuore di questo luogo. Ogni anno, la spiaggetta viene ripulita ed attrezzata dalla Pro Loco di Porto Badisco. Da Badisco si arriva ad un'altra delle sentinelle del mare: Torre Minervino. La torre si chiama in questo modo perché (nel XV secolo) l'Universitas di Minervino decise di contribuire alle spese per la sua edificazione. La falesia alta ci conduce veloce verso Santa Cesarea. La tradizione narra che Cesarea o Cisarea era una fanciulla con la precoce vocazione alla vita monastica, narra la leggenda, ma il padre voleva che andasse in sposa, al suo rifiuto la inseguì per ucciderla, giunti m riva al mare la fanciulla, che non aveva più scampo, indirizzò al cielo un'ultima disperata preghiera: "aprite munte e nghiutti Cisaria" (apriti monte e inghiotti Cisaria)e la roccia dura e compatta si aprì in un'immensa voragine che inghiotti lei ed il padre blasfemo. Dagli stivali demoniaci del padre nacque lo zolfo delle terme. La prima cosa che si vede, scendendo dalla costa alla verso Santa Cesarea è Villa Sticchi, luminosa, solare, sorprendente ed orientaleggiante. Per capire cosa ci faccia in questo posto una costruzione così ardita occorre tornare indietro di un centinaio d'anni. Verso la fine del secolo scorso, nuove suggestioni arrivano e catturano quella parte di società che è ormai a capo di molte istituzioni: la borghesia. Tutti vengono attratti da quella "arte di decorare la vita" che dall' Europa arriva fin nei posti più lontani. Art dècò, art nouveau e liberty caratterizzano la fine dell'Ottocento e di inizi del Novecento. In Puglia la lotta si fa serrata perché si contrappongono i nuovi ed emergenti borghesi ai vecchi gruppi nobiliari. Se in molti campi ormai mercanti, affaristi, artigiani - industriali la fanno da padroni in uno ancora non sono al primo posto: il prestigio sociale. Così inizia una gara che vedrà come campo di battaglia l'arte. Dopo le esposizioni internazionali di Londra, volute dalla regina Vittoria si dif fonde il gusto per le "chinoiserie" e per tutto l'oriente in generale, s'impone altresì il gusto per il gotico, o meglio, degli elementi gotici assemblati alla maniera di H. Walpole (l' autore di The Castle of Otranto) in Strawberry Hill, la sua villa.

Da qui questi paradisi dell'eclettismo che trovano in questa terra un sostrato culturale fertilissimo: quello del barocco leccese. L'arte di " prendere i bagni " si afferma nella fine del secolo scorso, riservata quasi esclusivamente ai ricchi, agli ultimi rampolli delle nobili famiglie e per le acque sulfuree anche alla gente comune. Il popolo ne resta in gran parte escluso, ma può, anzi deve strabiliare davanti a queste nuove costruzioni, destinate a famiglie numerose che si muovono con un seguito di domestici ed accompagnatori. Le marine del Salento si popolano di edifici totalmente nuovi, mai visti prima: eclettici, orientaleggianti, coloniali o classicheggianti che, accanto ad ingenuità grossolane, creano autentici capolavori: le ville fin de siècle di Leuca, S. Cesarea, Nardo, S. Caterina. A quel tempo Leuca è già un'affermata località turistica, ma l'emergente S. Cesarea accoglie gli amanti delle acque sulfùree (con le sue sorgenti delle grotte Gattulla, Solfatara, Fetida, Grande e Sulfurea) ma anche i nuovi ricchi, provenienti anche dalla vicina Albania, divenendo ben presto tanto nota per l'intensa mondanità da essere descritta come la "Vichy di Terra d'Otranto". Lo sguardo d'insieme disorienta e sorprende, a Santa Cesarea, se Villa Sticchi ripensa un harem, la vicina Villa Raffaella riformula totalmente il concetto del classico "casino estivo" nobiliare. E un'atmosfera tutta particolare quella che si respira in questi luoghi, suggestioni dannunziane ed austerità vittoriane, esotismo stile impero e leggerezza belle époque si mescolano regalando un gioco di grande seduzione. Passeggiando tra esse si viene catturati da quel fascino dell'arte di vivere che le ha ispirate. Quando il sole illumina le superfici affrescate dai colori meridiani e rende incorporea la cupola di Villa Sticchi, questa sembra quasi galleggiare sul mare; nella sua Otranto non luogo fuori del tempo di Nostra Signora dei Turchi, Carmelo Bene immaginava proprio qui il Palalo del Sultano; in una scena osserva dall'alto i vecchi che pregano e si inginocchiano alla maniera musulmana, al canto del muezzin, ma con i loro abiti occidentali: una sequenza che, da sola, spiega tutto delle molte anime del Mediterraneo. Lasciamo il centro e le sue suggestioni per andare verso Torre Miggiano, bella silenziosa ed austera, mostra i resti di caditoio, più bassa e larga rispetto a Torre Minervino ci fa comprendere di essere un modello più evoluto. La falesia alta nasconde numerose grotte: Romanelli, Titunna, Palummara, Titunneddra e la Grotta delle Striare, che ha restituito reperti del paleolitico medio. Siamo giunti a Castro dove ci da il benvenuto la "Zinzulusa". Il nome deriva dalle numerose stalattiti che si stagliano sul mare come fossero "zinzuli" stracci appunto. Originata da un antico fiume, che qui sfociava in mare, la splendida Zinzulusa conserva numerosi tesori. Formazioni di stalattiti e stalagmiti che, inutile sottolinearlo, sono di grande suggestione. Colonie di pipistrelli che qui nidificano in primavera ed in autunno, abitano la grotta. Proprio i pipistrelli l'avevano quasi colmata al tempo della sua scoperta con il loro guano. Il prezioso elemento, utilizzato nell'industria cosmetica, fu estratto fino agli anni sessanta da una ditta specializzata. La grotta ha restituito reperti di epoca preistorica, ma il tesoro più prezioso è costituito dai cosiddetti u fossili viventi" che sopravvivono nel fiume carsico che scorre sul fondo della grotta.

 
 

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