Ho frequentato le scuole elementari nel mio paese. In quel tempo era tanto se si riusciva a finire la quinta elementare; i più rimanevano analfabeti o con quel poco che insegnava "il signor maestro" in una pluriclasse. Io fui assegnato alla classe di donna Maria, una donna impettita che incuteva soggezione. Non era giovane, ma il suo viso pallido era ancora liscio e fresco; aveva i capelli annodati dietro la nuca in una treccia voluminosa e brizzolata. Lo sguardo severo, poco incline al sorriso la rendevano ancor più austera e distante da noi bambini. Ricordo la legnosità delle sue dita quando guidava la mia mano incapace a far contenere i segni negli spazi obbligati del rigo. Andare a scuola mi piaceva, anche se tante cose che donna Maria ci insegnava non riuscivo a capirle, anche se mi era difficile comunicare con lei perché io in casa parlavo il dialetto greco e donna Maria pretendeva l'italiano. Ai miei tempi non vi era l'edificio scolastico; le aule erano adattate in stanze sparse nel paese. I banchi logori e grigi, erano fissi su pedane polverose e sporche e avevano gli schienali rigidi ad angolo retto. Sul piano del banco una piccola ribalta e nell'angolo a destra un foro dove si infilava il calamaio di vetro dal fondo ricurvo che il bidello ogni giorno riempiva di inchiostro. L'inchiostro all'epoca non era in commercio specialmente per i larghi consumi, come per le scuole e gli uffici, ma veniva preparato giornalmente con bustine di tinta nera sciolte nell'acqua. Il bidello, quindi, ogni mattina lo preparava e, prima dell'inizio della lezione, lo versava nei calamai mediante una caffettiera di latta dal lungo becco. La mescita dell'inchiostro era per noi bambini una operazione quanto mai interessante che valorizzava ai nostri occhi la figura del vecchio bidello. Egli la compiva con molta serietà, anzi con severità, per non sprecare inchiostro e accompagnava l'operazione con la strusciatina di uno straccio diventato nero per il troppo uso, col quale asciugava le gocce cadute sui bordi del calamaio. Di fronte ai banchi, su una alta e larga pedana troneggiava la cattedra e, alle sue spalle, a destra e a sinistra del Crocifisso, vi erano i quadri di Sua Maestà il Re e del Duce. Entrando a scuola salutavamo la maestra col saluto romano, alzando il braccio destro con la mano con la mano tesa. La lezione iniziava con la preghiera e si concludeva con la raccomandazione al Signore di proteggere la Patria, i Sovrani e il nostro Duce. Poi donna Maria spalancava le finestre ed intonava: "Fischia il sasso/ il nome squilla/ del ragazzo di Portoria/ e l'intrepido Balilla/ sta gigante nella storia..."/ e noi, colti da subitaneo entusiasmo, le coprivamo la voce cantando a squarciagola. Eravamo tutti "Balilla", e la storia esaltante di Gianbattista Perassi, detto il "Balilla", ragazzo genovese che nel 1746 iniziò con il lancio di un sasso contro un cannone austriaco l'insurrezione dei genovesi, ci faceva sentire tutti eroi. Spesso mi ritornano alla memoria le parole di donna Maria quando leggeva e commentava le pagine del "Cuore". Tra i racconti quello che più mi appassionava era "Dagli Appennini alle Ande"; le peregrinazioni del piccolo Marco in cerca della madre lontana scuotevano la mia fantasia che correva lontano verso incredibili avventure. Ma il nostro modello era e doveva essere il Duce. Donna Maria ce ne narrava la vita e cercava di rendere il racconto più stimolante e accessibile. Figlio del fabbro di Predappio e della maestra Rosa Maltoni, era stato bambino come noi e le sue scappatelle erano simili alle nostre; anche lui tornava a casa con le ginocchia sbucciate e i lividi, segni del suo temperamento generoso che lo spingeva a battersi con i compagni per difendere i deboli e gli sprovveduti. Fuori dalla scuola ne imitavamo le imprese e le prodezze che spesso finivano a suon di scappellotti e, nel mio caso, a suon di cinghia che mio padre senza dir parole sfilava dai pantaloni e usava senza risparmio. Rivedo i nostri quaderni di bella copia. Avevano la copertina nera, rugosa come la pelle delle lucertole ed erano orlati di rosso, su di essi ricopiavamo i compiti corretti che completavamo con stemmi sabaudi, fasci littori, bandiere tricolori e soprattutto massime del Duce, ricopiate in bella scrittura a stampatello maiuscolo. Ogni lezione era finalizzata all'esaltazione del Duce e del fascismo. Così a poco a poco, giorno dopo giorno, la figura del Duce si ingigantiva nella nostra mente e rappresentava il punto di riferimento che garantiva la nostra vita: era, insomma, "il sol dell'avvenir". Ma l'occasione in cui l'amore del Duce, predicato da donna Maria, diventa tangibile, era la Befana Fascista. In quei tempi, che portava a noi bambini la Befana? Un'arancia o un pugnetto di pinoli, invece il Duce provvedeva a far felice ogni bambino. Ricordo che la mattina destinata alla Befana Fascista io e mio padre ci vestivamo a nuovo, uscivamo, lui mi teneva per mano, e andavamo al Municipio. Lo stanzone a piano terreno, adibito ad aula, era gremito di genitori e figli che vociavano ininterrottamente. Di fronte un tavolo coperto dalla bandiera tricolore era ricolmo di doni. Gli insegnanti in divisa fascista, alla presenza delle autorità, chiamavano uno per uno i bambini.Quando veniva pronunciato il mio nome, io ero colto da una grande emozione. Incerto, spinto dalle mani di mio padre, mi avvicinavo al tavolo, e sull'attenti salutavo romanamente le autorità. Indescrivibile la mia gioia quando mi vedevo tra le mani ciò che mi era stato destinato. Una volta ebbi qualcosa che non avrei mai pensato di possedere: un astuccio "Giotto" Con sei pastelli, una gomma e un'asticciola tricolore corredata da cinque pennini. Il "Saggio ginnico" a fine anno scolastico era la prova della sensibilità patriottica della scuola. Si svolgeva nella piccola piazza del mio paese che in quell'occasione veniva imbandierata.Consisteva in una serie di esercizi ginnici eseguiti dagli alunni e alunne di quarta e quinta elementare in divisa: i maschi in calzoncini neri e maglietta bianca su cui spiccava il fascio littorio e le bambine in gonna nera a pieghe e camicetta bianca di millerighe e sul petto un grosso distintivo di metallo smaltato che raffigurava una "M" che si appuntava con gli automatici (per toglierlo, lavando la camicetta). In piazza sotto l'orologio, veniva allestito un palco per le autorità dove prendevano posto le persone più autorevoli del paese e il Segretario Politico. Attorno alla piazza, per delimitare lo spazio che serviva per il saggio, venivano allineati (tutti in divisa) avanguardisti, giovani fascisti e giovani italiane e dietro di loro si sistemava la gente. I ragazzi che dovevano esibirsi erano al centro della piazzetta. Il comando del "Saggio" era affidato alla maestra più giovane. Si iniziava con l'attenti ordinato dalla maestra, poi seguiva l'immancabile grido di "Saluto al Duce" del Segretario Politico al quale noi rispondevamo all'unisono: A noi! e finalmente aveva inizio la manifestazione. Gli scolari come soldatini si disponevano in varie file per eseguire gli esercizi e infine, al comando della Maestra, marciando ordinatamente, si disponevano in modo da formare una grande M. Un fragoroso applauso concludeva il "Saggio". Poi, una stretta di mano da parte del Direttore Didattico alla Maestra, le congratulazioni del Podestà e del Segretario Politico e tutti tornavano a casa, stanchi ma soddisfatti. Gli anni, per me felici, della scuola elementare passarono velocemente uno dopo l'altro e si arrivò agli esami di quinta, alla presenza di un burbero Direttore. Quella mattina arrivai a scuola prima del solito. Ero tutto in ordine e avevo in mano una penna col pennino nuovo e una gomma. Trovai alcuni compagni che avevano avuto la mia stessa idea e mi fermai con loro. Eravamo elettrizzati. Attendemmo gli altri e poi entrammo ordinatamente in classe. Sui banchi c'erano già pronti i fogli timbrati. Prendemmo posto, copiammo il testo del tema dalla lavagna e cominciammo a scrivere. Il Direttore con passo lento e cadenzato e con le mani dietro la schiena girava fra i banchi qua e là, seguito da donna Maria ossequiosa e preoccupata. Poi si fermò al mio banco, prese il foglio e lesse; io avevo il fiato sospeso mentre il cuore mi batteva da scoppiare. Me lo restiuì e disse: -Continua, bene, bene... Rimasi stordito, era la prima volta che ricevevo una lode negli anni della Scuola Elementare.

Tratto da "Stralci degli anni miei" di: Angiolino Cotardo




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Il tumulto elettorale del 1914 a Castrignano dei Greci


 

Nel 1914 a Castrignano de Greci scoppiò un grave tumulto
dovuto a violenze elettorali. 
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