Il ritorno a casa fu una lunga odissea: attraversammo una Germania rasa al suolo e un Italia distrutta, dove regnava il più completo disordine. Fu un viaggio interminabile, con lunghissime soste, inutili attese, lunghi percorsi a piedi. Difficile era riuscire a prendere uno di quei pochi treni che transitavano sui binari lasciati miracolosamente indenni dalla devastatrice ritirata dell'esercito del Reich. Erano treni senza orario e senza precisa destinazione che, improvvisamente, si fermavano in aperta campagna per mancanza di carburante e sostavano per ore. Reduci eravamo in tanti. Tornavamo a casa accolti dall'indifferenza della gente provata dalla guerra quanto noi, che ci negava ogni richiesta di aiuto. Ma che importava? Ogni chilometro ci avvicinava a casa. Prima di partire gli americani mi avevano dato uno zaino pieno di viveri, una delle loro casacche, una camicia e una cravatta di morbida lana. Un soldato americano me la volle annodare e mi assicurò sorridendo con bonaria cordialità che mi avrebbe portato fortuna. Non ricordo quanti giorni durò il viaggio, so soltanto che arrivai a casa il 12 settembre 1945. Un trenino della Sud-Est mi portò a Corigliano, appena a tre chilometri dal mio paese. Scesi dal treno e mi sentivo come un ubriaco. La stazione era deserta. Posai a terra lo zaino e attesi che il treno si allontanasse, poi lentamente mi misi lo zaino sulle spalle e, senza fretta, mi avviai per la via provinciale con l'unico desiderio di veder spuntare il campanile del mio paese. Passo dopo passo mi guardavo in giro, quasi ad assaporare tutto ciò che per anni avevo ricordato e desiderato. Gli ulivi argentati brillavano al sole, mossi appena appena dal vento. Respiravo a pieni polmoni l'aria della mia terra, calda di sole e profumata di erbe. Ad un tratto il mio sguardo vagante scorse tra gli alberi una cupola a me familiare. -Eccolo- pensai e un sorriso mi venne spontaneo sulle labbra. Ecco il mio campanile e poi la chiesa... e le casette bianche: ero finalmente a casa! Qualcuno mi aveva visto ed era accorso ad avvisare i miei. Poco dopo vidi mio padre che mi veniva incontro, i miei fratelli e poi altri amici, vicini di casa, conoscenti. Mi sembrava tutto irreale, anche gli abbracci, l'entusiasmo, la gioia di chi mi circondava: si riversò su di me una valanga di parole, saluti, auguri e poi domande, richieste, speranze illusorie di notizie. Io sorridevo ma non riuscivo a parlare: forse ero contento, forse confuso. E difficile capire le emozioni di quei momenti: fugaci e profondi assieme. Ci avviammo tutti e finalmente ecco la Santa Croce, la mia casetta intonacata di bianco, la vecchia porta di legno verde, il cortile, la pergola e mia madre... mia madre completamente bianca! Ebbi un attimo di esitazione, poi corsi ad abbracciarla e lei mi strinse a sé, poi mi scostò per guardarmi in viso e scorse le cicatrici ancora evidenti, mi accarezzò, mi prese le mani e scorse anche su di esse i segni recenti delle ustioni, poi scoppiò in un pianto dirotto. Parenti e amici non mi lasciavano più. Continuavano a chiedere, a insistere, ma io mi sentivo intontito, non volevo ricordare, non volevo più pensare. Il mio unico desiderio era respingere il passato e riallacciarmi alla mia vecchia vita, alle mie cose, a ciò che di più bello mi era stato interrotto, distrutto. Entrai in cucina, il fuoco era acceso e mia madre si dava da fare per prepararmi qualcosa da mangiare, ma io sul tavolo scoprii una "pignata" (pignatta) con avanzi di piselli. Li assaggiai, erano freddi, sedetti al tavolo e cominciai a mangiare. Mia madre si meravigliò, i piselli non mi erano mai piaciuti, voleva almeno riscaldarli; ma io dissi che erano buoni così. Mai più ho gustato un cibo così speciale come in quella sera! Intanto rami secchi di ulivo bruciavano scoppiettando allegramente, mentre la fiamma si avventava nel camino. La casa era impregnata dell'odore delle foglie bruciate e di fumo: era l'odore di casa mia! Divenni taciturno. Cercavo il modo di entrare nella passata realtà, di rivivere vecchie sensazioni, di inserirmi nuovamente nella mia ormai lontana dimensione di ragazzo di paese con tante aspettative, tanti desideri, tanti bisogni. Quando ad un tratto, guardandomi attorno, non vidi lo stipetto dei miei libri, il suo angolo era vuoto. Mio padre capì e, chinando il capo, mi confessò che erano stati bruciati per avere un po' di fuoco, così lo stipetto e tante altre cose. Rimasi muto e annientato: i miei libri! Negli anni di abbrutimento tante volte li avevo sognati, per me erano la scuola, l'avvenire,la vita! Mi sentivo soffocare, impazzire: nuovamente limitato, nuovamente prigioniero. Per un attimo passarono davanti ai miei occhi le immagini del lager, dei bombardamenti, dei compagni morti. Mi alzai, uscii e mi diressi verso il "Ponte". Chiamavamo "Ponte" un luogo dove due piccole balaustre in pietra fungevano da sponde a un canale che attraversava la via centrale del paese per il deflusso delle acque piovane. Su quelle balaustre, negli anni spensierati che avevano preceduto la guerra, ci sedevamo in comitiva nelle sere estive a conversare o a cantare. Giunsi al "Ponte", ma anche qui mi aspettava un'amara sorpresa: la balaustre non c'erano più! Fu come se un pezzo del mio passato, della mia giovinezza, della mia infanzia fosse stato sradicato e assorbito da quel vortice che aveva coinvolto tutto e tutti. Tornai a casa alquanto fiaccato meditando su quante cose importanti per me erano finite: mia madre non più giovane, i miei libri bruciati, il "Ponte" scomparso... Mi prese lo sconforto: che fosse finita anche la mia vita? Al mattino dopo mia madre mi svegliò e mi disse che mio padre non voleva aspettare oltre e aveva deciso di portarmi a Lecce, a scuola, per farmi riprendere al più presto gli studi. Questa notizia riuscì a scuotermi e ad invogliarmi a riprendere il cammino interrotto. - Niente è perduto - pensai - dopo tutto la vita continua .

Tratto da "Stralci degli anni miei" di: Angiolino Cotardo




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